I Sammecalère

I Sammecàlere erano gli artigiani scultori tradizionali di Monte Sant’Angelo, dediti alla creazione delle celebri effigi di San Michele Arcangelo. La loro arte, profondamente radicata nel territorio garganico, ha giocato un ruolo cruciale nella diffusione del culto micaelico in tutta Europa.

Monte Sant’Angelo è riconosciuta come la culla primogenita occidentale del culto di San Michele. Già dal VI secolo, le prime rappresentazioni dell’Arcangelo guerriero e trionfatore sul male venivano realizzate su formelle di “pietra gentile” e conservate nella Grotta Sacra.

L’iconografia garganica si distingueva da quella orientale, che raffigurava l’Arcangelo in veste regale con globo crucifero e scettro. I sammecàlere, invece, mostravano San Michele eretto sul dragone trafitto dalla lancia, simboleggiando la vittoria del Bene sul Male e l’affermazione del cristianesimo sui culti precristiani. L’Arcangelo veniva raffigurato in un’immobilità distaccata e serena del trionfo, ma anche nella sua funzione di pesatore e giudice delle anime dei morti, reggendo una bilancia.

Nel corso dei secoli, l’iconografia si è evoluta:

  • A metà del XIII secolo, si passò dalla raffigurazione frontale a quella di profilo, conferendo alle opere un’inedita ricchezza di movimento e grazia.
  • Alcune immagini, forse legate a comunità benedettine, mostrano San Michele in abito monacale anziché la tradizionale tunica o corazza.
  • La celebre statua principale del santuario, in marmo corinzio e attribuita al Sansovino, presenta San Michele con un viso adolescente, un sorriso benevolo e una bellezza quasi efebica, con ali che in origine dovevano essere in marmo, ora in argento dorato.

Un momento storico fondamentale fu il 13 settembre 1475, quando Ferdinando I d’Aragona concesse agli statuari di Monte Sant’Angelo il privilegio esclusivo di eseguire le effigi di San Michele, un diritto che cessò con l’avvento dei Borboni.

I laboratori dei sammecàlere erano situati nell’atrio esterno della Basilica e nei primi vani adiacenti la scalinata angioina. Le famiglie che hanno tramandato quest’arte includono i Iasio, Perla e Bisceglia. Alcuni di questi maestri si spinsero oltre i confini del Gargano, come Giovanni Perla che si trasferì in Sicilia e Gaspare Bisceglia a Napoli.

Le opere degli statuari erano molto richieste sia in Italia che all’estero. Il motivo principale di tale popolarità non era solo la qualità artistica, ma soprattutto la provenienza del materiale: le statue erano realizzate con la pietra della Sacra Montagna e da artigiani che operavano direttamente all’interno del Santuario. Esemplari di queste opere furono inviati in diverse località europee, come Castel Bolognese, Foro e Lucerna.

Le rappresentazioni di San Michele create dai sammecàlere mostravano varie caratteristiche:

  • Statue dal viso fanciullesco e pieno di grazia.
  • Dettagli come scudi crociati e l’iscrizione «Quis ut Deus» o «Sicut ut Deus». Un frammento unico del XIV secolo presenta invece un graffito raffigurante il “Pastore che scocca la freccia al toro inginocchiato”.
  • Raffigurazioni con armature leggere alla romana e capelli riccioli, talvolta senza ali.
  • Le opere variavano sensibilmente nel tempo, talvolta discostandosi dal modello sansoviniano per affermare una propria impronta stilistica, altre volte aderendovi fedelmente.
  • Le effigi erano una presenza costante nella vita domestica e cittadina del Gargano, collocate in nicchie stradali, sulle facciate delle case, nei monumentali fumaioli garganici e persino nelle cisterne.

Questa importante tradizione artigianale ha subito un progressivo declino, culminato con l’interruzione della pratica negli anni recenti, in seguito alla scomparsa di Michele Perla, riconosciuto come l’ultimo “sammecalère”.

Oggi, la memoria e le testimonianze di quest’arte sono custodite presso il Museo Etnografico Tancredi a Monte Sant’Angelo. Grazie alla donazione di parte della collezione di Matteo Sansone, il museo ha acquisito un significativo corpus documentario di statuaria montanara, permettendo così l’analisi storico-artistica e la conservazione di questa eredità culturale.